Marco Romanelli

Marco Romanelli racconta i nuovi progetti con Marta Laudani, tra gli altri per Hands on Design e da a, che esplorano l’artigianato inserito in una catena distributiva e mediatica di tipo allargato

Interviste / Chiara Alessi

Marco Romanelli appartiene a quella generazione che lui stesso ha definito “in between”, compressa nel design tra la generazione dei maestri e quella dei cosiddetti “giovani”. Nel suo caso, questa posizione borderline si esprime anche nei confronti del progetto, per il quale Romanelli mostra una vocazione totale che abbraccia critica, ricerca, storia ma anche militanza nel progetto, di interni e prodotto. Lucido polemista, ci racconta in occasione della Design Week 2017, il suo punto di vista sul design contemporaneo.

Chiara Alessi: Critico, storico, studioso, architetto e designer: credi sia più difficile approcciare un progetto nuovo quando ti trovi ad avere una consapevolezza così allargata e approfondita della materia dal punto di vista teorico e storico?

Marco Romanelli: Direi che è senz’altro più difficile, ma non per questo rinuncerei alla consapevolezza. Vedo in giro continue citazioni e reinterpretazioni del passato che preferisco intendere come “non conoscenze” che come “plagi”. Almeno io, se e quando cito, so di citare!

Chiara Alessi: Critico, storico, studioso, giornalista, architetto e designer: chi butti dalla torre (col paracadute)?

Marco Romanelli: Scrivere per me equivale a progettare, cambia solo il modo per costruire la sintassi della frase. Quindi mi definirei semplicemente uno che ha passato la vita “raccontando delle storie” (a volte con le parole, a volte con il disegno).

Chiara Alessi: Hai un rituale, un processo particolare, un posto, una musica di sottofondo, una certa matita che preferisci avere o mettere in pratica quando inizi a progettare?

Marco Romanelli: Per risponderti devo fare un passo indietro: sono arrivato, nel lontano 1977, alla facoltà di architettura da un liceo classico molto amato. Traducevo direttamente dal greco al latino, ma disegnavo malissimo secondo i parametri del tempo (rapido a china su lucido!). Ho dovuto quindi imparare a costruire mentalmente, per ogni oggetto o progetto, immagini perfettamente definite a priori e comprensive di tutti i dettagli (oggi la chiamerebbero, credo, una procedura compensativa, come per i dislessici). Ancora adesso lavoro così! Non c’è progresso nel mio progettare: quando comincio a disegnare semplicemente traduco su carta quello che vedo nella mente. Comunque niente musica (a parte The sound of silence di Simon&Garfunkel)!

Chiara Alessi: Sei ottimista sul futuro del design italiano? E il presente?

Marco Romanelli: Come fare a distinguere, parlando di futuro, quello del design da quello della società civile? Pur essendo un inguaribile ottimista, rispetto a quest’ultimo mi sembra che tiri veramente una brutta aria. Ecco dunque che il nostro ruolo deve essere oggi più che mai quello di “combattenti”: mi dirai che le nostre armi sono solo estetiche, è vero, ma sono convinto che l’estetica possa trasformarsi in etica. Se qualcosa potrà salvare ancora il mondo sarà la bellezza. Per quanto concerne nello specifico il design sono sicuro che nessun paese al mondo sia ancora pronto ad assumere il ruolo che, dalla fine della seconda guerra mondiale, è stato dell’Italia.

Chiara Alessi: Un problema del design italiano che elimineresti per rendere tutto più sensato?

Marco Romanelli: Senz’altro l’incapacità di fare sistema. In particolare da parte delle istituzioni, quindi da parte delle imprese e infine da parte dei designer. Sono convinto che l’Italia abbia i migliori critici, i migliori designer e le migliori aziende: bene è ora di cominciare a collaborare!

Chiara Alessi: Cosa porti al Salone di quest’anno?

Marco Romanelli: È stato un anno strano, di grande riflessione: il preponderante ritorno all’artigiano e l’affermarsi di fenomeni quali l’autoproduzione hanno fatto decidere Marta (Laudani, la mia socia) e me di lavorare sostanzialmente su un’ipotesi di manualità all’interno dell’industria. Sono infatti assolutamente convinto che la fuga dalla produzione in serie significhi alla fine una rinuncia all’ideale più utopistico e contemporaneamente più vero del nostro mestiere che è ancora quello di creare oggetti di grande qualità e bellezza per “molti”. Ecco allora che, con due aziende, una giapponese (Hands on Design) e una italiana (da a), ci siamo concentrati proprio sul tema dell’artigianato inserito in una catena distributiva e mediatica di tipo allargato. Ne sono nati candelieri in vetro borosilicato come sfere preziose, fiori di filo di rame intrecciato da giustapporre, nei vasi, ai veri fiori recisi e una serie di arredi in metallo che utilizzano in modo creativo la lamiera forata e le griglie metalliche.

Articolo originale: www.domusweb.it